Come capire se un brand è davvero coerente?
Per capirlo, non guardare il logo. Guarda cosa succede quando nessuno sta pensando al brand. Una firma email, un preventivo, una presentazione preparata da un commerciale, un documento inviato a un cliente: è nei touchpoint più ordinari che si vede se un’identità è davvero diventata parte dell’azienda o è rimasta soltanto dentro un brand manual.
Avete rifatto il logo, definito la palette, scelto i font, ridisegnato il sito e preparato presentazioni e materiali commerciali seguendo un’identità precisa. Poi qualcuno manda una mail. Il logo è quello di tre anni fa, il font è Arial, il commerciale ha aggiunto una citazione motivazionale, l’amministrazione usa ancora il vecchio payoff e qualcuno ha copiato la firma da un collega modificandola a modo suo.
Sembra un dettaglio. Ma è proprio nei dettagli che un brand rischia di smentirsi.
Un brand non vive solo dove decidiamo di mostrarlo
Quando si parla di identità di marca, è facile pensare alle sue manifestazioni più evidenti: il sito, i social, una campagna pubblicitaria, il packaging, una brochure. Ma un brand non esiste soltanto nei suoi momenti migliori. Esiste ogni volta che entra in contatto con qualcuno: in un preventivo, in una presentazione, nella foto profilo di un commerciale, nel modo in cui risponde il customer care. E sì, anche nella firma in fondo a una mail.
Anzi, soprattutto lì. Perché le email vengono mandate tutti i giorni.
Secondo le stime riportate da Signitic, piattaforma specializzata nella gestione centralizzata delle firme email, un’azienda di appena 20 dipendenti, considerando una media di 40 email esterne al giorno per persona, genera 800 esposizioni quotidiane del proprio brand. In un mese diventano oltre 17.000.
Diciassettemila occasioni in cui logo, colori, contatti, tono e identità dell’azienda arrivano davanti a clienti, prospect, fornitori e partner. Un volume che difficilmente una brochure o una singola pubblicazione social riescono a raggiungere, con una differenza importante: dall’altra parte non c’è un pubblico indistinto, ma qualcuno con cui l’azienda ha già una relazione professionale.
La brand identity non è un PDF
Avere delle brand guidelines non significa necessariamente avere un brand coerente. Il vero lavoro comincia quando quell’identità deve uscire dal manuale e funzionare nella vita reale dell’azienda.
Deve sopravvivere a cinquanta dipendenti, tre sedi, nuovi assunti, documenti prodotti internamente, presentazioni preparate cinque minuti prima di una riunione e firme email copiate dal collega seduto accanto.
Il problema, naturalmente, non è che un cliente possa telefonare per lamentarsi di un logo sgranato. L’incoerenza funziona in maniera molto più silenziosa: un dettaglio dopo l’altro può trasmettere una sensazione di disordine e indebolire quella solidità percepita che, soprattutto nelle relazioni B2B, contribuisce alla reputazione dell’impresa.
Per questo la brand consistency non è semplicemente una questione estetica. È la capacità di un’azienda di mantenere la stessa promessa in tutti i propri punti di contatto. Se il sito racconta un’impresa precisa, contemporanea e strutturata, mentre le comunicazioni quotidiane sembrano provenire ogni volta da un’azienda diversa, il brand finisce per smentire sé stesso.
E se la firma diventasse un media?
Una volta resa coerente, la firma email può fare persino qualcosa in più. Può diventare un piccolo spazio di comunicazione proprietario: presentare un nuovo prodotto, promuovere un evento, invitare a un webinar, raccontare una certificazione o portare verso un nuovo case study.
E può farlo in maniera misurabile. Attraverso link è possibile monitorare clic, traffico e conversioni e trasformare pochi centimetri in fondo a un’email in una superficie editoriale continuamente aggiornabile.
Il punto, però, non è trasformare necessariamente ogni firma in una campagna pubblicitaria. È iniziare a guardare anche gli strumenti più ordinari come parte dell’esperienza complessiva del brand.
Il test dell’ultima mail
C’è un esercizio molto semplice per capire quanto un’identità sia davvero solida: prendere i materiali che un’azienda utilizza ogni giorno e metterli uno accanto all’altro. Non quelli preparati apposta per una presentazione importante, ma quelli veri: una firma email, un preventivo, una presentazione commerciale, un profilo LinkedIn, una newsletter, una brochure rimasta in circolazione.
Sembrano provenire dalla stessa azienda? Usano la stessa identità? Parlano con la stessa voce? Trasmettono la stessa qualità? Soprattutto: mantengono la stessa promessa?
Se la risposta cambia da un materiale all’altro, forse il problema non è la firma email. È la distanza che si è creata tra l’identità che il brand ha progettato e quella che mostra ogni giorno.
La firma è soltanto il più piccolo degli indizi. Ed è proprio per questo che può diventare un ottimo test: un brand davvero coerente non si smentisce mai. Neanche in fondo a una mail.
E il tuo brand?
Vuoi scoprire se la tua azienda riesce a essere sempre sé stessa? Partiamo dalle cose che usate davvero: sito, social, presentazioni, documenti commerciali e, perché no, anche dall’ultima mail che avete mandato.
Facciamo un audit dei tuoi touchpoint. Parliamone.
